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Sebastiano aveva 11 anni. La sua passione era l’acqua. Un pomeriggio caldo, all’improvviso, è scomparso nel torrente Noce, che taglia i boschi delle valli del Trentino occidentale, ai piedi delle Dolomiti. Era uno tra gli oltre 100 mila bambini autistici italiani. Voleva giocare, non sapeva come. «Quel giorno – dice l’imprenditore trentino Giovanni Coletti – abbiamo capito che questa emergenza non poteva restare sepolta nelle case, ignorata dallo Stato». Sei famiglie, una sera, si sono così sedute a mangiare su un prato e hanno deciso di cambiare il mondo di chi non riesce e mettere in ordine le emozioni, a parlare la lingua comune degli umani. La rivoluzione dell’autismo, in Italia, è cominciata così. L’idea era di spalancare finalmente le porte alle persone nascoste, dimostrando che valgono. Non si vedono, ma sono tante. Nel nostro Paese almeno un bambino ogni 150, gli adulti sono oltre 400 mila. Sul pianeta si arriva a 60 milioni.

Per buttare giù il muro dell’indifferenza ci sono voluti 100 soci, una fondazione, 1.500 volontari, quattro cooperative, la generosità dei massimi scienziati di questa patologia. Anche l’ente pubblico ha capito. Inizia davvero una rivoluzione. Nello stesso spazio, per la prima volta, si offrono riabilitazione intensiva, accoglienza diurna, residenzialità e formazione di personale specializzato. La prima Stanza Multisensoriale Interattiva operante in Italia semplifica la realtà e ne stimola la comprensione grazie a colori, suoni e immagini sensibili al movimento.

Un gioiello, ma finisse qui sarebbe “quasi” normale. Invece la Fondazione Trentina per l’Autismo ha voluto esagerare, puntando a creare un nuovo modello globale. La scommessa è il reinserimento sociale, a partire dal lavoro. «Ci siamo accorti – dice Coletti – che dopo i 18 anni i ragazzi autistici spariscono. Per l’istruzione e per la sanità, smettono di esistere. Qualcuno finisce nei centri psichiatrici, qualcuno nelle strutture di contenimento, qualcuno viene chiuso in casa. Parliamo di persone che hanno risorse immense, un patrimonio collettivo, non un debito sociale». Il primo passo l’ha fatto lui. Tre ragazzi sono stati assunti nella sua azienda e sono bravissimi. L’autismo spesso dona alla mente precisione, memoria, il talento per la ripetizione.

Così a Casa “Sebastiano” i ragazzi vengono educati all’autonomia e collaborano alle faccende domestiche: assistiti dallo staff, cucinano, apparecchiano e servono a tavola, coltivano l’orto, gestiscono la lavanderia e le piccole pulizie della loro “casa”, bella e luminosa, certificata ARCA Platinum per la sostenibilità. Il prossimo sogno è l’azienda agricola biologica e il pollaio, per fare la pasta fresca con le uova di giornata…

L’obiettivo è sottrarli al limbo e alla vergogna, aiutarli a costruirsi una vita piena, a reggersi finanziariamente sulle loro gambe. «Sono un egoista – dice Giovanni Colletti – Pensavo solo ai soldi. La mia ossessione era una Ferrari. Due figlie autistiche mi hanno fatto scoprire la vita bella. I miei sogni sono la felicità e la libertà per migliaia di persone condannate a non esistere. Ricevo molto più di ciò che do».

Davanti a Casa “Sebastiano” l’artista Albino Rossi ha creato “Gli occhi del cielo”.
Da diciannove canne di notte esce la luce blu che guida lo sguardo sopra le nuvole, oltre le montagne. Qui non sarà più buio. Un grazie va detto al bambino che ha scelto di toccare l’acqua del torrente per dirci molte cose.

Tratto da: La casa sulle Dolomiti per i ragazzi autistici: “Qui imparano a crescere da soli” – Repubblica.it